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Archive for giugno 2011

Martedì 31 maggio 2011, Scafati (SA).


Una particolare giornata densa di “significati”, storia e  cultura,  quella trascorsa a Scafati (SA) e che ha visto la presenza di SAR Carlo di Borbone.
Una visita che mancava da circa 15 anni e che ha permesso a SAR Carlo di Borbone di presenziare a due eventi:

  • L’inaugurazione di alcune opere di restauro che hanno contribuito a completare il recupero del Real Polverificio Borbonico.
  • Una visita alla Scuola Primaria “Ferdinando II di Borbone”, intitolata al Suo grande antenato.

La prima tappa è stata il Real Polverificio Borbonico, un maestoso complesso che verteva in uno stato di totale abbandono, restaurato grazie all’amministrazione comunale e alla Soprintendenza ai Beni Artistici e Culturali di Salerno e Avellino.

Busto di SAR Ferdinando II di Borbone

La “Real Polveriera” di Scafati nasce da un disegno strategico di Ferdinando II di Borbone inteso a creare uno stabilimento per la produzione della polvere nera – di uso universale all’epoca come propellente balistico e come esplosivo per lavori civili – atto a sopperire al fabbisogno del Regno delle Due Sicilie.
I lavori, preceduti da intensi studi condotti anche all’estero con la finalità di realizzare il processo produttivo secondo i canoni scientifici più avanzati, iniziarono nel 1851 e già nel 1854 il polverificio era entrato a regime. La rettifica del basso corso del Sarno, un’opera di bonifica di considerevole portata intrapresa da Re Ferdinando nel 1855 e conclusa appena due anni dopo ( da allora il fiume fu navigabile nel suo ultimo tratto fino al mare), ebbe come conseguenza un significativo ampliamento territoriale e produttivo della fabbrica – al punto che nel periodo postunitario essa divenne una delle due che rifornivano di polvere nera le intere forze armate italiane.

Ad attendere Sua Altezza Reale, arrivato alle 15.30 al Polverificio, oltre un centinaio di persone tra autorità civili, militari, membri dell’Ordine Costantiniano, e, soprattutto, tante persone giunte da tutto il Sud per applaudire il Principe.

La manifestazione ha inizio con l’introduzione del Primo Cittadino, Angelo Pasqualino Aliberti,  che ha ricordato la visita effettuata dallo stesso Carlo di Borbone al Real Polverificio nel 1996 quando venne presentato il primo piano di restauro; a presentare le origini del Polverificio è stato invece lo storico Angelo Pesce.

Successivamente SAR Carlo di Borbone , assieme al Sindaco, scopre una lapide marmorea del 1860 che celebra l’interesse per la struttura dimostrato dall’ultimo Sovrano delle Due Sicilie, Francesco II.
Lapide in cui si ricorda le opere che l’ultimo Re del Regno delle Due Sicilie, Francesco II, realizzò per rendere ancora più produttivo lo stabilimento e per semplificare il lavoro degli operai.


La lapide celebra:

FRANCISCUS II
PIUS FELIX SEMPER AUGUSTUS
QUO
PULVERIS IGNIGENAE CONFLATIONI
NIHIL MATERIATIS AEDIFICIS
AB INCLITO MAXIMOQUE PARENTE
VEL INCHOATIS VEL DECRETIS
TABERNAS MISTARIORUM
OFFICINAS
ELUTRIENDIS ELEMENTALITIIS SUBSTANTIIS
STATIONEMQUE
MILITARI PRAESIDIO PRAESTRUCTAM
EXCITAVIT
VEL AD CUMULUS PERDUCTAS
CONSUMMAVIT SUB ASCIA
ANNO R.S. MDCCCLX
Tradotto:
Francesco II
Pio Felice sempre Augusto
affinchè nulla mancasse ai nuovi edifici lignei
iniziati o decretati
dall’illustro sommo genitore per la commistione della polvere da sparo
fece erigere le baracche dei miscelatori le officine
per la raffinazione delle materie prime e una caserma
predisposta a presidio militare
e avendole portate a compimento le consegnò per l’uso
nell’anno del suo regno 1860
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L’Eccidio di Somma Vesuviana, 22 luglio del 1861


La vicenda, denunciata anche dal Duca Proto di Maddaloni, è documentata integralmente nei fascicoli Alta Polizia e Gran Corte Criminale dell’Archivio di Stato di Napoli.

 Notizie dall’Archivio Storico “G. Cocozza” sui fucilati:
( Link all’ Archivio Storico “G.Cocozza”)

– Francesco Mauro fu Giuseppe, nato in Somma e domiciliato in Strada Castiello, impiegato civile. Ammogliato con Donna Lucia Pisante;
– Giuseppe Iervolino fu Domenico, nato in Somma e domiciliato in Strada Persico, proprietario. Ammogliato con Donna Angela Rosa Perillo;
– Angelo Granato fu Carmine, nato in Somma e domiciliato in Strada Ciciniello, proprietario. Ammogliato con Annamaria Granato;
– Luigi Romano di Carmine, nato in Somma e domicilato in Strada Pigno, proprietario. Ammogliato con Vincenza Lanza;
– Saverio Scozio di Nicola, nato in Somma e domicilato in Strada Castiello, proprietario. Ammogliato con Concetta Di Palma;
– Vincenzo Fusco, nato in Somma e domiciliato in Strada Spirito Santo, contadino. Ammogliato con Pasqua de Falco.

Furono sepolti fuori dal camposanto del paese per ordine dei Superiori in un luogo detto dei colerosi.
(Notizia tratta dall’archivio del Cimitero Comunale di Somma Vesuviana – libro delle sepolture).

La Giunta Comunale deliberò per la spesa del trasporto dei cadaveri al Cimitero la somma di 26 carlini.
Il Sindaco di Somma all’epoca era Domenico Angrisani.

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(foto: “Pittori e Soldati del Risorgimento”. Fabbri Editori)

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Il 14 agosto 1861.

All’atto della proclamazione del regno d’Italia vi sono rivolte in tutto il Sud contro gli occupanti piemontesi. La notizia dei moti di Casalduni, dove in un combattimento contro gli insorti muoiono 45 soldati piemontesi, arriva anche a San Lupo al liberale Iacobelli. Costui, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate, si dirige verso la cittadina, ma accortosi che ogni strada è controllata dagli insorti, devia verso Morcone. Da questo luogo, invia al Cialdini un dispaccio, che in pratica decreta la fine di Pontelandolfo e Casalduni:

«Eccellenza, Quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d’Italia, il giorno 11 agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell’abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’esempio alle altre popolazioni del sud»

Il Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e Casalduni “non rimanesse pietra su pietra”. Costui, il 13, col 18° reggimento bersaglieri, forma due colonne, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Pier Eleonoro Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l’altra di 400 al comando di un maggiore, Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne si scontrano con una cinquantina d’insorti, che però sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso nel combattimento venticinque bersaglieri.

All’alba del 14, Pontelandolfo è circondata. Dopo che un plotone, accompagnato dal De Marco, ha contrassegnato le case dei liberali collaborazionisti da salvare, i bersaglieri entrati in Pontelandolfo fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono truppe ungheresi che compiono vere e proprie atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.

Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. Il soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è fucilato anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro; con il figlio in braccio, mentre scappa, è bloccato dai militari, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.

Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Uccisi i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.

Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri, così descrive quell’episodio:

«… il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo…».

Due giovani, salvati dal De Marco perché liberali, alla vista di tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro compaesani e la loro città, consultatisi col padre, si dirigono verso il Negri. A quelle scene di terrore e di orrore aprono però di colpo gli occhi. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’Università di Napoli e si avviava all’avvocatura; il fratello maggiore era un buon commerciante di Pontelandolfo. I due fratelli sono accompagnati dal De Marco per protestare contro quel barbaro eccidio. Il Negri per tutta risposta dà immediatamente ordine di fucilarli tutti. Dieci bersaglieri prendono i Rinaldi, s’impossessano dei soldi che hanno nelle tasche e li portano nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiedono un prete per l’ultima confessione, ma è loro negato. Sono bendati e fucilati. L’avvocato muore subito, mentre il fratello, pur colpito da nove pallottole, è ancora vivo. Il Negri lo finisce a colpi di baionetta.

Il saccheggio e l’eccidio durano l’intera giornata del 14. Numerose donne sono violentate e poi uccise. Alcune rifugiatesi nelle chiese sono denudate e trucidate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffia a sangue il viso di un piemontese; le sono mozzate entrambe le mani e poi è uccisa a fucilate. Tutte le chiese sono profanate e spogliate. Le ostie sante sono calpestate. Le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Gli scampati al massacro, sono rastrellati e inviati a Cerreto Sannita, dove circa la metà è fucilata.

A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, fugge. Rimane in paese solo qualche malato, qualcuno che non crede ad una dura repressione e qualche altro che pensa di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino, il 18° battaglione, comandato dal Melegari e guidato dal Jacobelli e da Tommaso Lucente di Sepino, circonda il paese. Il Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Agli spari e alle grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei criminali piemontesi. Messa a ferro e a fuoco Casalduni e sterminati tutti gli abitanti trovati, il Melegari ordina al tenente Mancini di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore.

A Pontelandolfo e a Casalduni, i morti superano il migliaio, ma le cifre reali non sono mai svelate dal governo. Il “Popolo d’Italia”, giornale filogovernativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità, indica in 164 le vittime di quell’eccidio, destando l’indignazione persino del giornale francese “La Patrie” e dell’opinione pubblica europea.

Dopo gli eccidi, Pier Eleonoro Negri aveva telegrafato al governatore di Benevento, Gallarini:

Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l’una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l’altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all’Ovest a Sud di questa Provincia. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.”.

Di seguito è riportata una pagina del diario del  soldato piemontese Margolfo Carlo, 6° Battaglione 2° Compagnia  4° Corpo d’armata comandato dal generale Cialdini, sui fatti di Pontelandolfo. In particolare un riferimento agli ordini iniziali ricevuti. Ordini che si trasformarono in una inumana rappresaglia su chiunque abitasse quei luoghi, donne, bambini ed anziani compresi, quando videro i corpi dei loro compagni soldati stesi per terra. Numerosi furono i morti bruciati vivi e tumulati nelle viscere della chiesa Annunziata senza un nome. 

<< Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo.
Difatti un po’ prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi.
Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti  ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti.
Quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa……
.…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava. >>

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(http://www.corrieredelsud.it/nsite/home/storia/1701-le-stragi-di-pontelandolfo-e-casalduni-benevento-compiute-dallesercito-piemontese.html)
(http://www.pontelandolfonews.com/)
(Diario di Carlo Margolfo – 6° Battaglione 2° Compagnia  4° Corpo d’armata)

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